4.1.06

Come ti costruisco un'azienda (da zero)

Primo: avere un sogno che sappia catturare la testa e il cuore. Secondo: darsi un obiettivo raggiungibile. Terzo: scegliere una squadra di uomini e donne con una vena di follia. Questi i segreti del successo di una nuova impresa.
di Pier Luigi Celli

Metter mano alla costruzione di una azienda è un po' come iniziare a scrivere una nuova storia: bisogna avere qualcosa da dire. L'incipit è importante ma è l'ispirazione poi che fa la differenza. E l'ispirazione, in una storia aziendale che decolla dal «prato verde», è data dalla capacità di fondere molte cose: una visione da trasmettere, che sappia catturare testa e cuore dei compagni di avventura; degli obiettivi, ragionevolmente raggiungibili, a fare da trama per tutte le operazioni pratiche di «montaggio» che richiede l'architettura del sistema; un ambiente di insediamento in cui sentirsi a proprio agio, perché ognuno poi reciti al meglio la sua parte e dipani un racconto che, intrecciato agli altri, abbia un senso.«Mettere insieme»: questa è l'arte degli inizi. Partire sembra facile, soprattutto a chi è abituato a guardare le partenze degli altri; e invece non lo è affatto. Quando si stacca la nave dal porto, molte cose devono già essere state fatte: la nave, anzitutto, che deve essere proporzionata rispetto al viaggio da compiere e, insieme, equilibrata nei pesi e nelle forme così da non presentare problemi di tenuta e di galleggiamento; poi l'equipaggio, con tutti gli specialisti del caso, ma anche con l'attenzione alle compatibilità che richiede un'avventura in cui le psicologie contano spesso più dei mestieri; e, ancora, la strumentazione, le provviste, le guide e i portolani.
E le armi, perché no? Quelle adatte alla difesa, per le inevitabili imboscate, e quelle per forgiare quotidianamente il carattere dell'equipaggio, nelle fasi di transizione, tra un porto raggiunto e uno da avvistare; o nelle fasi di bonaccia. Proprio perché ogni nuova impresa è un racconto che si fa mentre si sta andando (Machado: «È andando che si fa il cammino») e non c'è alcuna sicurezza che il percorso sia quello giusto, serve una buona dose di coraggio (talvolta di incoscienza) e, insieme, la capacità di non disperdere in mille rivoli la narrazione principale.Per questo si parlava di «visione» e di «compagni di avventura». Costruire la squadra, che faccia da riferimento a quanti si aggiungeranno lungo la strada, richiede di avere in testa un'idea precisa da trasmettere e, più in generale, un surplus di sentimento: tale da creare quella particolare emozione che ti prende (tra cuore e pancia), consentendoti di essere abbastanza irragionevole da non pensare troppo ai rischi cui vai incontro.
Se mettere insieme è arte chimica devota alle sfumature e alle compatibilità, è il tenere insieme l'esercizio di equilibrio più impegnativo; quello che consente il passaggio dallo stato nascente alla continuità operativa: dal momento creativo a quello più di routine. Tenere insieme il racconto; ognuno che recita il suo personaggio in una storia che non disperde la sua trama e deve scorrere fino al punto destinato: l'obiettivo aziendale da raggiungere, il valore da creare, l'azionista da soddisfare. Perché il bello di tutto questo marchingegno è che perseguendo cento, mille avventure singole (quanti sono, via via, i personaggi e gli interpreti del progetto che vengono imbarcati di porto in porto) in realtà si costruisce un unico, grande racconto, che è l'identità della nuova impresa, e la narrazione del suo successo (o del suo insuccesso).Creare dal niente un'azienda non è solo questione di investimenti, dunque. Ci vuole la credibilità del progetto, ci vuole un management che ispiri fiducia; ci vuole, soprattutto, una dose di «follia». Che è la dote degli inquieti, degli insoddisfatti, di quelli che pensano che c'è sempre, ancora, qualcosa da tentare e mondi da scoprire. Ecco perché le nuove start-up sono il campo di azione privilegiato dei giovani. A loro appartiene la generosità (anche eccessiva) degli sforzi che non hanno un fine immediato e quella capacità di non chiedersi subito quali ritorni vedranno, che li spinge a rischiare oltre le aspettative di un dividendo.
La saggezza di qualche vecchio lupo di mare servirà a miscelare la loro baldanza e ad attutire gli inevitabili momenti di frustrazione. Ci vuole sempre, in ogni racconto che si rispetti, qualche personaggio che sappia fare il controcanto, o figure di protagonisti ombra cui è demandato il compito didattico che era del coro nelle composizioni antiche: intervenire nei momenti critici per ridare alle cose il giusto peso.Quanto incide la selezione nel creare una macchina dagli equilibri così delicati e sempre mobili? In realtà, per quanto sembri paradossale, gli uomini (e le donne, ormai tante) che amano l'avventura dei nuovi inizi d'impresa si selezionano quasi naturalmente da soli: si annusano, si scelgono, si ritrovano.Si inseguono. Sono come i membri di una nuova tribù che incrocia sui territori ormai suoi: quelli fuori dalle grandi rotte e dal turismo aziendale dei trasferimenti senza cambiamento. È una comunità. O, almeno, finisce con l'averne lo spirito e gli stili di vita. A prima vista può sembrare facile intercettarla, una volta identificata. Magari per un Camel trophy, similavventuriero. Provate voi a riuscirci! Vi accorgerete che non basta affatto descriverla per capire come adescarla. Perché qui sta la differenza tra il racconto di una impresa e l'impresa che si fa racconto: chi si assume l'onere di narrare non è mai qualcuno che sta «fuori». È obbligato a condividere dall'interno tutta la storia, a vivere l'esaltazione degli inizi e l'amarezza dei contrattempi; le virtù dei molti e le cadute di tensione per quanti tradiranno; la difficoltà dei successi e il sudore di ogni piccola conquista.
Così solo si entra a far parte della tribù, si è riconosciuti e rispettati. Creare dal niente un'impresa è quanto di più bello possa capitare in un percorso professionale: quando succede, ti accorgi che esistono ancora spazi in cui la fantasia ha un suo valore e le passioni giocano un ruolo che altrove è guardato con sospetto. Nel clima caldo degli inizi, quando tutto è adrenalina, scambio continuo e lunghe notti di lavoro, ognuno dei compagni di viaggio è portato, quasi naturalmente, a dare il meglio di sé. È quasi impossibile misurare i confini e non affiora ancora l'attitudine negoziale a distinguere competenze e livelli di gerarchia. Verrà, poi, come sempre, il momento della stabilizzazione. E se sarà figlia di un successo porrà, inevitabilmente, il problema di come conciliare l'orgoglio per avercela fatta con il riconoscimento dei contributi dati e, soprattutto, con la misurazione e la legittimazione delle singole diversità.Esaurito il ciclo dello stato nascente l'impresa si va a misurare con altri protagonisti e su altri terreni. Portandosi dietro i suoi miti originali e anche, spesso, il loro impercettibile, progressivo tradimento. Ma questa, per l'appunto, è un'altra storia.

Perchè ci stiamo credendo

Riflessione

…………….
Ognuno di noi, in qualche momento della propria vita, ha desiderato profondamente di poter cambiare il mondo, di fare la differenza nella qualità della vita delle persone. E di solito siamo guidati in questi momenti da un sogno irresistibile, da una immagine chiara del futuro e del mondo così come potrebbe essere apportando il nostro contributo.
Spesso però queste visioni guidano solo alcuni momenti della nostra giornata, e non ci danno quello slancio e quelle motivazioni necessari per portare nella nostra esistenza un profondo e duraturo cambiamento.
E questo accade per un motivo, perché sinceramente non crediamo che questo “sogno irresistibile” possa guidare la nostra esistenza. Il vero cambiamento non parte nel momento in cui pensiamo che sia giusto portare un cambiamento alla nostra vita, che sia opportuno fare qualcosa per cambiare noi stessi o il mondo che ci circonda, ma quando ci impegnano a fare ciò che è necessario o a diventare ciò che dovremmo diventare.

Credo che se vogliamo cambiare veramente noi stessi, sei vogliamo mettere il turbo alla nostra vita, l’unico modo per poterlo fare è chiarire a noi stessi cosa è veramente importante per noi. Cosa è veramente importante per noi.
Stephen Covey, nel suo libro “I sette pilastri del successo”, introduce un esercizio straordinario che può aiutare chiunque a chiarire questa visione e che voglio riportare a voi così com’è.

“………Ora ti pregherei di trovarti un posto dove poter leggere le pagine successive restando solo e senza niente che possa interromperti. Sgombra la mente da tutto fuorché da quello che leggerai e che io t’inviterò a fare. Non darti pensiero del tuo lavoro, dei tuoi affari, della tua famiglia e dei tuoi amici. Concentrati su quanto ti dico e apri davvero la mente.
Cerca di raffigurarti mentalmente mentre stai per andare a porgere l’ultimo saluto a una persona cara. Immaginati di guidare la macchina verso la camera ardente o la cappella mortuaria, parcheggiare e uscire dall’auto. Entrando nell’edificio noti i fiori, senti una sommessa musica d’organo. Nel corridoio vedi volti di amici e familiari dello scomparso. Avverti il comune, doloroso senso di perdita, l’altra faccia della gioia di aver conosciuto il defunto, che irradia dai cuori degli intervenuti.
Poi entri nella camera ardente, guardi nella bara, e improvvisamente ti trovi faccia a faccia con te stesso. Quello è il tuo funerale, di qui a tre anni. Tutte quelle persone sono venute per onorarti, per esprimere sentimenti di amore e di apprezzamento per la tua vita.
Prendi una sedia e, nell’attesa che inizi l’ufficio funebre, guardi il programma che hai in mano. Prenderanno la parola quattro persone. Una sarà un tuo parente stretto o alla lontana, comunque nella cerchia di figli, genitori, fratelli, sorelle, nipoti, zii e cugini giunti un po’ da tutte le parti per le tue onoranze funebri. Il secondo oratore sarà un tuo amico, uno in grado di dare un’idea di quello che eri come persona. Il terzo a parlare sarà un tuo collega di lavoro. E il quarto sarà un membro dell’associazione laica o religiosa di cui hai fatto parte.
Adesso rifletti profondamente. Che cosa ti piacerebbe che ciascuno di questi oratori dicesse di te e della tua vita? Che tipo di marito, moglie, padre o madre vorresti apparire attraverso le loro parole? Che tipo di figlio o figlia o cugino? Guarda attentamente i presenti. In che modo vorresti aver influito sulla loro vita? …. prenditi qualche minuto per buttar giù le tue impressioni…….Se hai partecipato a questa esperienza di visualizzazione, hai sfiorato per un momento alcuni dei tuoi valori profondi, fondamentali. Hai stabilito un breve contatto con il sistema interiore di guida situato nel cuore della tua sfera di influenza.”