30.1.09

Trentenni high tech

articolo tratto da www.blogonomy.it


Diecimila euro. Tanti sono bastati a Luca Ascani, a 25 anni appena, per lanciare nel 2004 GoAdv, società di servizi d’informazione dal 2007 quotata alla Borsa di Parigi e che oggi ha una capitalizzazione di circa 60 milioni di euro. Scommessa vinta, dunque, per un enfant prodige «senza agganci», che in pochi anni ha saputo trasformare un’idea apparentemente irrealizzabile in una macchina da soldi: stando agli analisti dovrebbe chiudere il 2008 con un giro d’affari di 40 milioni di euro e uno staff di 100 persone in tutta Europa (vedere l’articolo a pagina 19). Ma Ascani non è certo l’unico «genio tecnologico» made in Italy degli ultimi anni. Anzi, nonostante che il nostro Paese sconti un ritardo storico sul fronte dell’innovazione tecnologica (e non solo), le buone idee non mancano: secondo i dati espressamente elaborati per Economy dalla Camera di commercio di Milano, alla fine del 2008 erano esattamente 130.731 le imprese hi-tech italiane, il 3,6% in più del 2007. E la sola Lombardia ne vanta 28.470 (vedere la mappa a pagina 20). A mancare, semmai, sono i fondi di venture capital: quelli che, per capirci, negli Stati Uniti hanno finanziato migliaia di grandi e di piccole aziende tecnologiche, da Google fino alle miriadi di società da anni presenti nella mitica Silicon Valley, l’areea a sud di San Francisco che è tra le regioni più hi-tech del globo.
In Italia più che altrove c’è un folto gruppo di imprenditori di prima generazione, trentenni o poco più, che hanno saputo rischiare nel settore tecnologico. E di fronte alla carenza di capitali hanno iniziato chiamando a raccolta parenti e amici per racimolare i primi soldi da investire. «È quello che gli anglosassoni chiamano l’approccio delle “3F”, ossia family, friends and fools (cioè famiglia, amici e folli, ndr)» dice a Economy Alberto Giusti, 36 anni, «imprenditore seriale» ormai giunto alla sua sesta avventura hi-tech

I business angel. Alle «3F», in alcuni casi, si aggiungono poi i cosiddetti «business angel», ossia gli investitori informali, manager o professionisti, che sono soliti intervenire quando l’attività è ancora in fase embrionale. «Sono privati con patrimoni accumulati sul campo, generalmente nelle stesse attività che vanno poi a finanziare. Per questo motivo, a differenza delle banche, sono in grado di valutare i rischi dei progetti di start-up» specifica Simone Bassanini, senior manager della società di consulenza Kpmg che, con il supporto dell’Aifi (Associazione italiana private equity e venture capital) e di Intesa Sanpaolo, ha tracciato l’identikit dei «business angel» italiani. Il loro investimento medio si aggira sui 180-200 mila euro circa, pari, in genere, a una quota del 30-40%, o anche meno, del capitale sociale. Portano soldi, dunque, ma anche competenze e in 3-5 anni escono, vendendo le proprie quote a terzi, di solito investitori formali: private equity o, ancora, partner industriali veri e propri.
Purché sia possibile trovarne. In Italia, infatti, la strada in questo settore è tutta in salita. Nel primo semestre del 2008 l’Aifi ha calcolato che su 170 operazioni di private equity e di venture capital, per un totale di 2,77 miliardi di euro, soltanto 40 interventi per 52 milioni di euro complessivi hanno riguardato start-up al livello d’inizio. Queste operazioni, oltretutto, sono state coperte nel 50% dei casi da finanziarie regionali e solo in minima parte da banche (7,5%) o da società di gestione del risparmio (2,5%). Eppure «se c’è un momento in cui diventa vitale puntare su nuove idee di business è proprio quello attuale» interviene Alessandro Spada, presidente di Innovab, l’azienda per l’innovazione della Camera di commercio di Milano, Monza e Brianza. «Solamente così si può dare nuovo impulso all’economia una volta che la crisi sarà passata».
Tanto più che con il decreto-legge 112 varato il 25 giugno scorso, meglio noto come «decreto Brunetta», sono state introdotte per la prima volta in Italia misure fiscali che incentivano gli investimenti in start-up. Che sia giunta l’ora della svolta? I tre giovani imprenditori intervistati da Economy nelle pagine che seguono si augurano di sì. E ricordano: «C’è chi pensava che fossimo folli, e invece…».
La loro è una vera professione di ottimismo.

Una ventottenne di Milano ha unito gioielli e tecnologia e oggi vende le sue creazioni nelle migliori gioiellerie d’Europa. Un trentaduenne di Vicenza ha fondato un’azienda di telefonia «low cost» per le chiamate all’estero. Un romano di 29 anni ha fondato un’azienda che ha scavalcato le Alpi per quotarsi a Parigi: ora capitalizza 60 milioni di euro. Antonella Fiorentino, Manuel Zanella e Luca Ascani, nonostante le difficoltà di accesso al credito e le ritrosie di una cultura «made in Italy» che non agevola le start-up tecnologiche di giovani imprenditori, ce l’hanno fatta. Ecco come ci sono riusciti.

Antonella Fiorentino
Gioielli che suonano molto bene
(e le star stanno ad ascoltare)

Si dice che alle spalle di ogni grande uomo agisca una donna forte. In questo caso, una giovane di carattere e dall’indubbio talento imprenditoriale sta dietro un’iniziativa commerciale partita nel dicembre 2008 e che, nel giro di un mese, è già riuscita a conquistare ordini e commesse per un valore superiore ai 100 mila euro.
Lei è Antonella Fiorentino, 28 anni: a cavallo fra il 2007 e il 2008 ha fondato ad Azzate Varesino la società di trading Double Crazy, dalla quale è sorto poi il marchio commerciale «Kiwie Jewels». La missione era trasformare gli oggetti hi-tech più popolari e affermati in veri gioielli, incastonandoli in cornici e in supporti fatti di autentiche pietre preziose. Grazie ad alcune precedenti iniziative commerciali, durate circa un anno, Antonella e il marito Daniele De Molli (37 anni) hanno incamerato la maggior parte del milione necessario all’apertura della nuova impresa.
Hanno sviluppato contatti cruciali con i produttori asiatici di prodotti digitali, tra Mp3 e cuffie per cellulari, mantenendo il design in Italia. «Quello dell’elettronica» dice Fiorentino a Economy «è però un settore maturo dove è difficile riuscire». Per farlo serviva qualcosa di innovativo, che differenziasse l’offerta. «L’abbiamo trovato nei gioielli» continua Fiorentino. «I prodotti Kiwie Jewels oggi sono in 42 vetrine in tutta Italia».
I guadagni dell’azienda hanno raggiunto gli 80 mila euro nel giro di un mese, già alla fine del dicembre 2008. Ma è stato solo l’inizio, perché dopo avere preso parte alla fiera mondiale dell’elettronica di Las Vegas e dopo avere trovato spazio nei punti vendita più chic di Londra, ora Kiwie Jewels vuole ampliare la sua rete. Da febbraio sarà anche in Spagna e in Svizzera, dapprima nei negozi di Foxtown a Mendrisio e poi in altre dieci gioiellerie.
In Italia le creazioni di Kiwie Jewels sono in boutique «trendy»: il Cielo di piazza Duomo a Milano e Brusco, il distributore di Rolex e di Bulgari del centro di Roma. Ma tra due mesi i tecnogioielli saranno in altri 100 negozi: «Naturalmente siamo molto interessati a mercati come gli Emirati Arabi o gli Stati Uniti» dice Antonella «dove però abbiamo già una serie di testimonial di primo piano: ci hanno garantito un’ottima visibilità internazionale».
Sono cantanti come l’emergente Rihanna o famosi come Mariah Carey; ma anche attrici del calibro di Eva Longoria (Casalinghe disperate), cui il marito Tony Parker, campione della pallacanestro, ha appena regalato un ciondolo a forma di cuore che si schiude per scoprire due lettori di file Mp3: è il modello «Twinheart» di Kiwie Jewels. «Crediamo che possa essere un successo per il San Valentino 2009» dice la giovane manager «ed è in vendita a soltanto 80 euro».
L’idea di base è che il lusso hi-tech debba restare il più possibile alla portata di tutti, anche se i prodotti di fascia alta con diamanti, come l’Mp5, partono da 400 euro. Progettata e disegnata nell’atelier di Azzate, in provincia di Varese, ma realizzata in Asia con il supporto delle sedi aperte a Shenzhen, in Cina, la linea Kiwie Jewels è rivestita con pietre incastonate di provenienza certificata, lavorate in Italia da maestri orafi. La gamma, che oggi è fatta di sette «famiglie» di prodotto (compresi gli Swars, orecchini-auricolare tempestati di preziosi), accoglierà presto creazioni inedite: «Il 14 febbraio» dichiara Fiorentino «sarà anche la nostra festa, perché presenteremo le nuove proposte proprio per il giorno degli innamorati. E se tutto andrà bene, il prossimo passo sarà un negozio monomarca».
Intanto c’è la soddisfazione di essere cresciuti senza aiuti. «Abbiamo avuto credito dalle banche» conclude Fiorentino «ma per piccola parte del capitale iniziale. E solo la Popolare di Bergamo ha creduto davvero in noi».

(Roberto Carminati)

Manuel Zanella
L’inventore che convinse il «mito»
della sua infanzia a entrare nei telefoni

L’ufficio di Manuel Zanella è una macchia di colore arancio-verde nel grigio della zona industriale di Vicenza. A pochi centimetri dal computer, sulla scrivania, la foto di suo figlio nato il 12 dicembre 2008. Sulla parete di fronte, due copertine di un mensile economico. La prima ha in primo piano il volto di Silvio Berlusconi. Sulla seconda campeggia Ennio Doris, numero uno di Mediolanum. «Un giorno metterò lì accanto la terza copertina: magari quella di Economy» dice. «E ci sarà la mia foto».
Presuntuoso? Forse. Di sicuro ambizioso e determinato. Zanella, 32 anni, è figlio di un perito elettrotecnico che aveva una fonderia venduta nel 2005 e il mito di Doris, vicentino, imprenditore «fai-da-te» se lo porta dietro da quando è bambino, da quando voleva fare l’inventore. Dopo una laurea in ingegneria elettronica a Padova, inizia a lavorare come «family banker» proprio in Mediolanum. Nel 2003 si sposa e parte per il Kenya. E lì nasce l’idea che nel 2006 lo porta alla fondazione di Zero Mobile: «Per telefonare e ricevere chiamate dall’Africa all’Italia spendevo 6 euro al minuto, un’enormità» racconta.
Come evitare quel salasso? «Non ho fatto altro che guardare a quanto già esisteva in Inghilterra e Stati Uniti» risponde«e ho fondato Zero Mobile, un operatore globale di telefonia low cost rivolto solo a chi viaggia all’estero per lavoro e per turismo».
Particolare è anche il canale di vendita: solo agenzie di viaggi e società che forniscono servizi business alle imprese, oltre alle agenzie Lottomatica. L’idea c’era. Ma servivano i soldi: almeno 250 mila euro, per iniziare. Zanella sapeva che le banche difficilmente avrebbero finanziato una start-up. E voleva che fosse proprio Doris il suo «business angel».

Un incontro difficile. Così decide di andare a casa sua: a Tombolo, vicino Vicenza. Tenta due volte di consegnare una lettera a Doris. Poi ottiene un incontro, ma con un suo collaboratore che non si mostra interessato. Zanella non si arrende. Torna a Tombolo e consegna una terza lettera. È il luglio del 2006. La segreteria di Doris lo chiama e gli fissa un appuntamento. «Questa volta Doris c’era» racconta Zanella. «Mi ha detto: io di telefonia non capisco molto. Ma voglio fidarmi della tua determinazione».
E ha finanziato Zero Mobile con 100 mila euro attraverso due società personali, H Invest eH Equity. Altri 150 mila sono arrivati da Daniele Bortolotti, che è il cognato di Zanella e il titolare di Petrolvilla Group, 400 milioni di ricavi da prodotti petroliferi. Nel 2007, poi, è stato fatto un aumento di capitale fino a 400 milioni. Oggi il 75% di Zero Mobile è in mano alle due società di Doris, il 10% a Petrolvilla Group e il 15% a Zanella. L’azienda ha otto dipendenti e coinvolge una rete di circa 100 agenti. E le sim di Zero Mobile sono in vendita in circa 900 agenzie, più nella rete di Lottomatica. 
Il meccanismo è semplice: Zero Mobile ha un accordo con un operatore di telefonia estone che gli mette a disposizione la piattaforma di roaming internazionale e un sistema («call back») tale per cui la chiamata viene trasformata da internazionale a nazionale. I risparmi arrivano all’85%. E dopo la sim è nato anche lo «Zerofonino», un cellulare dual sim Umts realizzato dalla cinese Techfit (la stessa che produce apparecchi per la Nokia) in cui inserire due card: la prima dell’operatore tradizionale, la seconda di Zero Mobile per i viaggi all’estero. Il business plan prevede 15 milioni di fatturato entro il 2011 e il break even nel 2009. «Gli accordi che abbiamo già in mano ci consentono di pensare che rispetteremo gli obiettivi» dice sicuro Zanella: l’«inventore» vicentino che ha convinto il suo mito dell’infanzia a rischiare con lui.

(Ilaria Molinari)

Luca Ascani
Partire su internet con 10 mila euro
e arrivare a capitalizzare 60 milioni

È del 1979, ma tiene moltissimo a dire che «non ha ancora 30 anni», perché è nato in novembre. Luca Ascani, romano, sventola all’estero la bandiera del talento italiano alla guida di GoAdv, società di servizi d’informazione e di comunicazione, quotata al listino Alternext (Nyse-Euronext) di Parigi, con una capitalizzazione che oggi vale circa 60 milioni di euro. La sua è la classica storia dell’enfant prodige «senza agganci». Non ha una laurea nel cassetto perché, dice a Economy, «ho fatto due anni di giurisprudenza, ma non faceva per me», ed entra nel mondo internet in maniera casuale. Era il 1999 quando, a soli 20 anni, viene reclutato da BuyCentral, società specializzata nella comparazione dei prezzi su internet, per fare uno stage a Parigi. «L’unico punto di forza che avevo era la buona conoscenza della lingua francese» dice. «Ma non ero un patito di computer e anche oggi non so realizzare nemmeno una riga di html».
Essere italiano, invece, gli dà la possibilità nel 2000 di diventare il responsabile del lancio del progetto BuyCentral in Italia: e come partner e amministratore delegato. Quattro anni dopo BuyCentral viene acquisita da Lycos e, nel luglio 2004, Ascani si lancia in un nuovo progetto: la società di servizi d’informazione e comunicazione online GoAdv. Con lui c’è il socio Salvatore Esposito, 34 anni, che dopo BuyCentral ha fatto un’esperienza in Altavista.
Partito con un investimento di 10 mila euro, Ascani è riuscito a crescere sviluppando una società con un fatturato di oltre 18,4 milioni di euro al primo semestre, che si è chiuso il 30 giugno 2008, e uno staff di 100 persone in tutta Europa. La chiusura d’anno è attesa alla fine del febbraio 2009 con un fatturato che gli analisti stimano sui 38 milioni di euro. Ascani ricorda di avere avuto da subito una visione paneuropea per lo sviluppo della sua impresa: «Ho iniziato in Italia, che non è considerata il punto di partenza ideale per avviare un business online: ma sono andato contro gli stereotipi e ho dimostrato che non era solo una possibilità, ma una vera opportunità». Così l’imprenditore ha deciso che la società non si limitasse al mercato italiano e in pochi mesi ha aperto un ufficio nel Regno Unito: «Un anno dopo eravamo attivi in otto Paesi europei e questo ci ha consentito di sviluppare velocemente il business».

Diciassette milioni di utenti. Adesso GoAdv conta su 17 milioni di utenti al mese, con una rete di siti web ad alta visibilità attivi nel Regno Unito, in Germania, Paesi Bassi, Francia, Italia, Spagna, Svezia e Polonia e sedi a Roma, Dublino, Parigi, Manila e Casablanca. La rete include il gruppo di portali generalisti Excite Europe, acquistati subito dopo la quotazione in Borsa;BetterDeals, una serie di siti verticali personalizzati che aiuta gli utenti a sfruttare al meglio le ricerche sul web; e Track Set, società di Pisa che opera nella web analytics, ovvero analizza i percorsi di navigazione degli utenti sui siti.
«Per una crescita reale è di vitale importanza adottare una prospettiva paneuropea e una visione che vada oltre il territorio, specialmente nel mondo internet» dice Ascani che va fiero del fatto di non essere mai ricorso alle banche. «Il nostro sviluppo è sempre stato organico, non ho mai avuto bisogno di investire al di là della liquidità che la mia azienda produceva» dice. La gestione oculata del denaro la ritiene un’eredità familiare: «Ho sempre seguito il prezioso consiglio di mio padre: prima fare profitto e poi investire» dice.
Per questo Ascani procede sempre a piccoli passi, attenendosi a due punti fermi: «rentability and scalability», ovvero il business deve essere in utile e scalare, altrimenti si crea un limite alla crescita. «Momenti difficili ce ne sono stati» ammette «ma lo stress negativo può durare qualche ora, poi bisogna trovare la soluzione, positivizzare sempre».
Un passo fondamentale, però, lo ha fatto due anni fa, cedendo al mondo della finanza con l’ingresso in Borsa. «Siamo stati fortunati perché siamo entrati prima della discesa e abbiamo tenuto bene» dice. La quotazione è avvenuta con un private placement interamente sottoscritto, per 5,5 milioni di euro, dal fondo di private equity Truffle venture.
E l’impatto con la finanza è stato positivo, visto che nel giugno 2008 Ascani è tornato sul mercato con il lancio di un’obbligazione convertibile da 11,5 milioni e scadenza cinque anni, sempre rivolta a investitori istituzionali. «Adesso abbiamo 20 milioni di euro in cassa da investire in acquisizioni e strategicamente nel 2009 ci guarderemo intorno». Per crescere ancora. A piccoli passi.